« Un continuo turbamento senza immagini e senza parole batte alle mie tempie e mi oscura »
mendicavi come un’anima pura
sentendo
che
solo i ciechi potevano vedere
pesavi i respiri ad ogni battito
dissolversi
sul tuo sguardo amaro
secche mani d’albero si annodavano ai tuoi fianchi
magri
il rumore del cielo
premeva la tua testa incanutita dai venditori di occasioni
esaurite le preghiere
abiti di madre ricuciti sulle tue sette pelli di mezzo topo
stratificavi i respiri
sotto docili piante grasse
rivelarsi lentamente dietro sbarre invisibili
estinti gli aquiloni
sotto orazioni funebri di preti pedofili
le croci restano
i mari si ritirano
i palazzi aderiscono alla ionosfera portando amare tigri a domare stelle amare
l’anarchia non basterà
solo lo spazio risucchierà il tempo
resteranno tutte le cose che hai visto
senza esaurirsi
dentro l’ombra della luce
acceleriamo nel vuoto
con i volti schiacciati dalla grandine
precipitando in noi stessi
schiudendo grandi ciglia bianche
controllati a vista
nelle chiese
boccheggiando isterici
come criceti sulla ruota
si strappano gli arti
senza vedere o poter immaginare
senza dire niente
irrompendo di tenerezza
respingiamo l’alba
aggrappati a pochi respiri
di un rovente ultimo spirare
18. Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico. Lo spettacolo, come tendenza a far vedere attraverso differenti mediazioni specializzate il mondo che non è più direttamente percepibile, trova normalmente nella vista il senso umano privilegiato, che in altre epoche fu il tatto; il senso più astratto, più mistificabile, corrisponde all'astrazione generalizzata della società attuale. Ma lo spettacolo non è identificabile con il semplice sguardo, anche se combinato con l'ascolto. Esso è ciò che sfugge all'attività degli uomini, alla riconsiderazione e alla correzione della loro opera. E' il contrario del dialogo. Dovunque c'è una rappresentazione indipendente, là lo spettacolo si ricostituisce.
Guy-Ernest Debord
Paris 1967